Il credito delle parti correlate nelle procedure concorsuali

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Il credito delle parti correlate nelle procedure concorsuali

L’individuazione delle “parti correlate”.

 

Il credito delle parti correlate nelle procedure concorsuali è un tema di grande interesse pratico poiché spesso nelle società di medie dimensioni vi è un “intreccio” di posizioni ed interessi.

 

Il D.Lgs. 3 novembre 2008, n. 173 (Gazz. Uff. n. 260 del 6 novembre 2008) di attuazione della direttiva 2006/46/CE ha aggiunto il numero 22-bis all’articolo 2427, primo comma, del Codice civile, ai sensi del quale in nota integrativa deve essere data indicazione delle operazioni realizzate con parti correlate qualora le stesse siano rilevanti e non siano state concluse a normali condizioni di mercato.

 

Si tratta quindi di operazioni che intercorrono tra soggetti che in qualche modo possono essere accomunati da interessi condivisi e che, pertanto, sono maggiormente rischiose in quanto più facilmente passibili di distorsioni con significative ripercussioni sui dati di bilancio.

 

Pertanto possiamo dire che le operazioni con parti correlate hanno assunto nell’ordinamento una propria specifica natura non solo in riferimento alle SpA che operano in mercati regolamentati ai sensi dell’art. 2391bis c.c.

 

Il Legislatore rinvia, per la definizione di parte correlata, al contenuto dei principi contabili internazionali adottati dall’Unione europea e in particolare al principio contabile IAS 24 relativo all’informativa di bilancio sulle operazioni con parti correlate. 

 

Lo IAS 24 precisa che una parte è correlata a un’entità se:

 

(a) direttamente o indirettamente, attraverso uno o più intermediari: (i) controlla, l’entità, ne è controllata, oppure è soggetta al controllo congiunto (ivi incluse le entità controllanti, le controllate e le consociate); (ii) detiene una partecipazione nell’entità tale da poter esercitare un’influenza notevole su quest’ultima; (iii) controlla congiuntamente l’entità;

 

(b) la parte è una società collegata (vedi IAS 28) dell’entità;

 

(c) la parte è una joint venture in cui l’entità è una partecipante (vedi IAS 31);

 

(d) la parte è uno dei dirigenti con responsabilità strategiche dell’entità o la sua controllante;

 

(e) la parte è uno stretto familiare di uno dei soggetti di cui ai punti (a) o (d);

 

(f) la parte è un’entità controllata, controllata congiuntamente o soggetta ad influenza notevole da uno dei soggetti di cui ai punti (d) o (e), ovvero tali soggetti detengono, direttamente o indirettamente, una quota significativa di diritti di voto;

 

(g) la parte è un fondo pensionistico per i dipendenti dell’entità, o di una qualsiasi altra entità ad essa correlata.

 

La definizione quindi di “parte correlata” è ampia e, sostanzialmente, comprende ogni tipo di influenza notevole, anche solo meramente potenziale.

 

La materia è stata altresì disciplinata con il Regolamento recante disposizioni in materia di operazioni con parti correlate (adottato dalla Consob con delibera n. 17221 del 12 marzo 2010 successivamente modificato con delibere n. 17389 del 23 giugno 2010, n. 19925 del 22 marzo 2017 e n. 19974 del 27 aprile 2017).

 

Lo stesso nell’art. 2 stabilisce le “Definizioni funzionali” a quelle di “parti correlate” e di “operazioni con parti correlate”.

 

Ai fini delle definizioni sopra indicate le nozioni di “controllo”, “controllo congiunto”, “influenza notevole”, “stretti familiari”, “dirigenti con responsabilità strategiche”, “società controllata”, “società collegata” e “joint venture” sono le seguenti.

 

Controllo e controllo congiunto

 

Il controllo è il potere di determinare le politiche finanziarie e gestionali di un’entità al fine di ottenere benefici dalle sue attività.

 

Si presume che esista il controllo quando un soggetto possiede, direttamente o indirettamente, attraverso le proprie controllate, più della metà dei diritti di voto di un’entità a meno che, in casi eccezionali, possa essere chiaramente dimostrato che tale possesso non costituisce controllo. Il controllo esiste anche quando un soggetto possiede la metà, o una quota minore, dei diritti di voto esercitabili in assemblea se questi ha:

 

(a) il controllo di più della metà dei diritti di voto in virtù di un accordo con altri investitori;

 

(b) il potere di determinare le politiche finanziarie e gestionali dell’entità in forza di uno statuto o di un accordo;

 

(c) il potere di nominare o di rimuovere la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione o dell’equivalente organo di governo societario, ed il controllo dell’entità è detenuto da quel consiglio o organo;

 

(d) il potere di esercitare la maggioranza dei diritti di voto nelle sedute del consiglio di amministrazione o dell’equivalente organo di governo societario ed il controllo dell’entità è detenuto da quel consiglio o organo.

 

Il controllo congiunto è la condivisione, stabilita contrattualmente, del controllo su un’attività economica.

 

Influenza notevole

 

L’influenza notevole è il potere di partecipare alla determinazione delle politiche finanziarie e gestionali di un’entità senza averne il controllo. Un’influenza notevole può essere ottenuta attraverso il possesso di azioni, tramite clausole statutarie o accordi.

 

Se un soggetto possiede, direttamente o indirettamente (per esempio tramite società controllate), il 20% o una quota maggiore dei voti esercitabili nell’assemblea della partecipata, si presume che abbia un’influenza notevole, a meno che non possa essere chiaramente dimostrato il contrario. Di contro, se il soggetto possiede, direttamente o indirettamente (per esempio tramite società controllate), una quota minore del 20% dei voti esercitabili nell’assemblea della partecipata, si presume che la partecipante non abbia un’influenza notevole, a meno che tale influenza non possa essere chiaramente dimostrata. La presenza di un soggetto in possesso della maggioranza assoluta o relativa dei diritti di voto non preclude necessariamente a un altro soggetto di avere un’influenza notevole.

 

L’esistenza di influenza notevole è solitamente segnalata dal verificarsi di una o più delle seguenti circostanze:

 

(a) la rappresentanza nel consiglio di amministrazione, o nell’organo equivalente, della partecipata;

 

(b) la partecipazione nel processo decisionale, inclusa la partecipazione alle decisioni in merito ai dividendi o ad altro tipo di distribuzione degli utili;

 

(c) la presenza di operazioni rilevanti tra la partecipante e la partecipata;

 

(d) l’interscambio di personale dirigente;

 

(e) la messa a disposizione di informazioni tecniche essenziali.

 

Dirigenti con responsabilità strategiche

 

I dirigenti con responsabilità strategiche sono quei soggetti che hanno il potere e la responsabilità, direttamente o indirettamente, della pianificazione, della direzione e del controllo delle attività della società, compresi gli amministratori (esecutivi o meno) della società stessa.

 

Stretti familiari

 

Si considerano stretti familiari di un soggetto quei familiari che ci si attende possano influenzare il, o essere influenzati dal, soggetto interessato nei loro rapporti con la società.

 

Essi possono includere:

 

(a) il coniuge non legalmente separato e il convivente;

 

(b) i figli e le persone a carico del soggetto, del coniuge non legalmente separato o del convivente.

 

Società controllata

 

Una società controllata è un’entità, anche senza personalità giuridica, come nel caso di una società di persone, controllata da un’altra entità.

 

Società collegata

 

Una società collegata è un’entità, anche senza personalità giuridica, come nel caso di una società di persone, in cui un socio eserciti un’influenza notevole ma non il controllo o il controllo congiunto.

 

Joint venture

 

Una joint venture è un accordo contrattuale con il quale due o più parti intraprendono un’attività economica sottoposta a controllo congiunto.

 

Il ruolo determinante dell’advisor nella individuazione delle “parti correlate” all’interno della procedura concorsuale.

 

Nell’ambito della procedure concorsuali, anche quelle c.d. minori, deve tenersi conto con attenzione dei concetti individuati nel paragrafo che precede ai fini della predisposizione del piano concorsuale e di risanamento aziendale, sia esso in continuità ovvero liquidatorio.

 

Pertanto l’Advisor, nella predisposizione e nello studio preliminare all’ipotesi di ristrutturazione, deve effettuare un analisi attenta dei rapporti della società, al fine di verificare se vi siano Creditori e/o debitori che si trovino in una posizione di controllo, ovvero di influenza notevole e/o abbiano alcuno dei requisiti sopra indicati.

 

Tale analisi dovrà essere portata all’attenzione del Tribunale e dovrà prescindere dalla eventuale informazione che fino ad allora la società abbia dato agli stakeholder di tali situazioni e/o rapporti nelle note integrative ai sensi della sopra citata normativa.

 

Quindi se ne dovrà dare adeguata informazione in apposita parte del piano e i relativi rapporti dovranno esser trattati in una o più specifiche classi.

 

In mancanza di adeguata informazione sull’esistenza ed il trattamento di tali “situazioni” il Tribunale potrebbe ritenere che il piano sia revocabile ex art. 173 LF.

 

Il trattamento in apposita classe appare necessario ai fini di non incorrere in una specifica violazione delle regole di par condicio.

 

Sul punto la Giurisprudenza: “In tema di suddivisione dei creditori in classi nell’ambito della domanda di ammissione del debitore alla procedura di concordato preventivo, i crediti di rimborso dei soci per finanziamenti a favore della società non possono essere inseriti in un piano di cui facciano parte anche altri creditori chirografari, violando tale collocazione la necessaria omogeneità degli interessi economici alla cui stregua, ex art. 160, comma 1, lett. c, l. fall., vanno formate le classi” (Cass. 4.2.2009, n. 2706).

 

“E’ inammissibile la proposta di concordato preventivo che, in presenza di crediti derivanti da finanziamento soci e dunque postergati ex art. 2467 e 2497 quinquies c.c., non preveda la predisposizione di classi diverse per tali creditori, ma assegni a tutti i creditori trattamento identico” (Trib. Padova, 14/04/2011).

 

La questione delle parti correlate assume quindi un grande rilievo pratico laddove vi siano finanziamenti o crediti da parte di soggetti che rientrano nella definizione di “parte correlata” .

 

In particolare il rimborso del “finanziamento” intervenuto tra “parti correlate”.

 

Si vuole porre l’attenzione sulla analisi dei rimborsi dei finanziamenti intervenuti con le parti correlate.

 

E non si può che partire dal dato testuale dei due articoli del codice di riferimento e quindi:

 

  1. L’art. 2467 del c.c. stabilisce che “il rimborso dei finanziamenti dei soci a favore della società è postergato rispetto alla soddisfazione degli altri creditori … ai fini del precedente comma s’intendono finanziamenti dei soci a favore della società quelli, in qualsiasi forma effettuati, che sono stati concessi in un momento in cui, anche in considerazione del tipo di attività esercitata dalla società, risulta un eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto oppure in una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento”;
  2. L’art. 2497 quinquie del c.c. stabilisce che “Ai finanziamenti effettuati a favore della società da chi esercita attività di direzione e coordinamento nei suoi confronti o da altri soggetti ad essa sottoposti si applica l’articolo 2467”.

 

Le due norme debbono esser lette congiuntamente nell’analisi del tema di approfondimento.

 

L’art. 2476 c.c. utilizza una terminologia ben nota a chi opera nell’ambito delle procedure concorsuali.

 

Pertanto espressamente tali crediti vengono dichiarati postergati a determinate condizioni.

 

Si ritiene che, nella redazione del piano concordatario, l’Advisor si debba porre in un’ottica di massima prudenza e, pertanto, dopo attenta ponderazione, debba escludere il credito delle parti correlate e/o comunque trattarlo in maniera diversificata rispetto alle altre classi di creditori.

 

Si tenga ben presente che le operazioni con “parti correlate” non esprimono automaticamente un danno all’azienda ma evidenziano prima facie che il perimetro aziendale “reale” è diverso da quello espresso nel bilancio civilistico e/o consolidato, quindi sarà necessario leggere più bilanci, con estrema attenzione, per capire il vero contesto nel quale opera l’impresa (verificando sempre i riferimenti alla nota integrativa ed alla documentazione in possesso della società).

 

Analizzata quindi la natura del credito, sia esso relativo ad una operazione commerciale o ad un finanziamento, si deve decidere se esso dovrà esser completamente azzerato e/o postergato ovvero soltanto trattato diversamente in ragione della tipologia di rapporto e del prezzo praticato nella vendita.

 

Non residuano quindi altre alternative e atteso che il piano di concordato certamente prevede uno stralcio del credito chirografario, evidentemente tali crediti non potranno esser postergati.

 

Alla luce della sentenza appresso commentata, di cui non si condividono certamente le risultanze, appare opportuno che l’Advisor comunque dia adeguata prova delle ragioni della postergazione.

 

Brevissima nota al Decreto del Tribunale di Chieti del 10.10.2017: “Sulla dedotta impossibilità di postergare il credito delle parti correlate ai sensi dell’art. 2467 e 2497 quinquies c.c.”.  

 

Nel caso che si analizza e sotteso al decreto citato, i crediti relativi alle parti “correlate” hanno ad oggetto dei finanziamenti concessi in favore delle stesse, in larga parte confluiti in capo alla Società in concordato a seguito della fusione per incorporazione di altra società facente parte del gruppo “informale” di imprese.

 

In particolare, il credito delle parti correlate nasce a seguito di finanziamenti effettuati per rimborsare una operazione finanziaria, conclusa con un istituto bancario del territorio, necessaria alla acquisizione della partecipazione in due cliniche private.

 

La società, nel proprio piano, aveva ritenuto necessario escludere la rimborsabilità dei finanziamenti infragruppo appostando conseguentemente le c.d. parti correlate a zero, in ragione della regola del “diritto societario generale” della postergazione di cui agli artt. 2467 e 2497, quinquies, c.c.

 

Inoltre, vista l’esistenza di un procedimento penale che coinvolgeva l’imprenditore ed alcune delle società parti correlate, per estrema prudenza, si è ritenuto opportuno svalutare sia i crediti che i debiti relativi ai finanziamenti “infragruppo”, ad eccezione di un unico credito espressamente contemplato nel piano concordatario di altra società del gruppo.

 

Si è quindi proceduto a trattare nello stesso modo sia i “finanziamenti soci” che i “finanziamenti” delle altri parti correlate.

 

Il Tribunale di Chieti con il Decreto in commento ha inteso aderire ad un orientamento del tutto minoritario relativamente alla configurazione del credito delle c.d. parti correlate per il quale non vige nel nostro ordinamento la regola generale della postergazione: “Il collegio condivide, per i motivi che di seguito sono esposti,   le considerazioni espresse dal commissario giudiziale, al paragrafo 5.9 della relazione ex art. 172 l.fall., in ordine alla postergazione dei crediti delle cosiddette “parti correlate”, pari complessivamente ad euro 10.961.496,81 e riconducibili a finanziamenti dei soci e di società infragruppo in favore della debitrice ricorrente. Preliminarmente, il collegio osserva infatti che ai finanziamenti in questione, risalenti a data anteriore all’1/1/’04, non sarebbe applicabile la disciplina degli artt. 2467 e 2497 quinquies c.c. introdotta dalla riforma societaria di cui al d.lgs. 6/’03 stante la mancanza di una norma in deroga all’art. 11 disp. prelim. c.c. Ma vi è di più. La invocata postergazione non può comunque operare nel caso in esame, atteso che gli estensori del piano concordatario hanno omesso di indicare gli elementi di fatto che la giustificherebbero. Condividendo infatti giurisprudenza consolidata (Trib. Milano, 11/1/13) afferma questo collegio essere onere della società escussa o richiesta del pagamento dimostrare le cause di inesigibilità del credito ai sensi dell’art. 2467 c.c., ovvero dimostrare la sussistenza di un “eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto”, ovvero “una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento”. Sul punto il commissario giudiziale ha rilevato che tanto nella proposta e tanto nella attestazione nulla è stato detto o precisato in ordine alla circostanza che, al momento in cui i finanziamenti sono stati erogati, la società ricorrente versasse in una particolare situazione di crisi tale da rendere opponibile la postergazione al pagamento degli altri creditori ex art. 2467 cc; e nulla è stato detto o precisato in ordine alla qualificazione dei rapporti intercorsi tra le parti; fatti -questi- che hanno precluso al collegio ogni indagine circa l’applicabilità delle norme richiamate già in sede di valutazione delle condizioni    di ammissibilità ai sensi dell’art. 163 l.fall., sia successivamente al commissario in sede di verifiche ai fini della stesura della relazione ex art. 172 l.fall.; ritenuto, dunque, che non operando l’invocata postergazione dei crediti pari ad € 9.623.945 debbono essere ricompresi nel passivo concordatario tra i crediti chirografari che così complessivamente conteggiano € 20.944.910”.

 

Il ragionamento fatto proprio dal Tribunale e proposto dal Commissario Giudiziale è quello che i crediti dei soci ed in generale delle parti correlate non vada postergato in mancanza di una specifica prova in tal senso da parte della debitrice.

 

Il CG si limita a riallocare i crediti delle c.d. parti correlate nel passivo concordatario, ritenendo errata la qualificazione giuridica fatta dalla Società Ricorrente.

 

La sua determinazione però contravviene alle normali norme vigenti in tema di esatta qualificazione del credito dei soci finanziatori (art. 2467 e 2497-quinquies c.c.) ed arreca un pregiudizio grave ed irreparabile per il ceto creditorio.

 

La proposta originaria infatti, non prevedendo alcun pagamento per la classe “Creditori rinuncianti, postergati e parti correlate” garantiva un trattamento differenziato di questi rispetto al ceto creditorio di natura chirografaria.

 

In ogni caso la posta passiva è stata perfettamente indicata, esposta nel passivo ed infine, stralciata per un espresso disposto normativo.

 

Il CG modifica “sostanzialmente” la proposta della Società Ricorrente alterando la naturale suddivisione delle classi.

 

Sul punto la Giurisprudenza: “In tema di suddivisione dei creditori in classi nell’ambito della domanda di ammissione del debitore alla procedura di concordato preventivo, i crediti di rimborso dei soci per finanziamenti a favore della società non possono essere inseriti in un piano di cui facciano parte anche altri creditori chirografari, violando tale collocazione la necessaria omogeneità degli interessi economici alla cui stregua, ex art. 160, comma 1, lett. c, l. fall., vanno formate le classi” (Cass. 4.2.2009, n. 2706).

 

Ed il CG ha così indotto in errore il Tribunale laddove ha espressamente rappresentato che non fosse stata fornita la prova dello squilibrio finanziario al momento del finanziamento, per tale via invertendo l’onere della prova della “non postergazione”, che, per costante orientamento della S.C.  incombe sul socio e non certo il contrario: “In presenza di versamenti di un socio a favore di una società, incombe al primo l’onere di dimostrare il titolo che ne giustifichi la restituzione prima dell’esito della liquidazione” (Conformi: App. Messina 13 agosto 2002; Cassazione civile, sez. I, 31/03/2006, n. 7692 ) compiendo, di fatto, una modifica, non consentita, del piano della ricorrente.

 

Tanto è vero che: “Ove la proposta di concordato preventivo preveda il pagamento in percentuale dei creditori chirografari, nulla è dovuto ai soci finanziatori di società a responsabilità limitata, che sono postergati agli stessi creditori chirografari” (Trib. Messina, 30.12.2015).

 

La soluzione prospettata non prevede strade alternative per contestarne la natura o accertarne l’effettiva debenza una volta che i predetti crediti siano stati ammessi.

 

L’orientamento citato dal Tribunale non solo non è consolidato né tanto meno unitario ma peraltro la stessa sentenza del Tribunale di Milano è stata interpretata in maniera errata e valga il vero:

 

  • Tribunale di Pescara, Sentenza del 22 Settembre 2016, che afferma: “Condizione sufficiente per l’estensione della regola della postergazione al finanziamento ai sensi dell’articolo 2467 c.c. è costituita dalla sussistenza di una posizione di influenza o di vicinanza dei soci di vertice alla gestione del soggetto che finanzia ed a quella del soggetto finanziato” (Centro studi giuridici di Mantova, www.Ilcaso.it, 2016, pg. 15952);
  • Tribunale di Torino, Sezione Specializzata in materia di impresa, Sentenza del 21 Marzo 2016, che afferma: “La presenza dei presupposti della postergazione di cui all’art. 2467, comma 2, c.c. è richiesta sia al momento di esecuzione del finanziamento, sia al momento della richiesta di rimborso da parte del socio finanziatore”(In società, 2016, 7, 900);
  • Tribunale di Milano, Sentenza del 4 Giugno 2013, che afferma: “Ai finanziamenti effettuati dai soci in favore della società a prescindere dalla forma di realizzazione e dallo schema giuridico cui scaturisce il finanziamento si applica l’art. 2467 c.c.;
  • Tribunale di Milano, Sentenza del 4 Giugno 2013, che afferma: “Gli amministratori possono proporre nei confronti del socio finanziatore l’eccezione di inesigibilità del credito di cui all’art. 2467 c.c. comma 2° unicamente nel caso in cui la concessione del finanziamento e la richiesta del rimborso siano avvenute un una situazione di crisi specifica della società, atteso che la normativa ha lo scopo di non permettere ai soci, che non hanno conferito capitali ma hanno assunto il ruolo di creditori, traslino sugli altri creditori il rischio di impresa e abbiano proseguito l’attività sociale pregiudicando i creditori stessi”;

 

Tale ultima decisione si riallaccia anche al costante pensiero espresso dalla S.C. allorquando si è trovata ad esplicitare la ratio dell’art. 2467 c.c.: “La “ratio” del principio di postergazione del rimborso del finanziamento dei soci posto dall’art. 2467 c.c. per le società a responsabilità limitata — consistente nel contrastare i fenomeni di sottocapitalizzazione nominale in società “chiuse”, determinati dalla convenienza dei soci a ridurre l’esposizione al rischio d’impresa, ponendo i capitali a disposizione dell’ente collettivo nella forma del finanziamento anziché in quella del conferimento — è compatibile anche con altre forme societarie, come desumibile dall’art. 2497 quinquies c.c., che ne estende l’applicabilità ai finanziamenti effettuati in favore di qualsiasi società da parte di chi vi eserciti attività di direzione e coordinamento. Pertanto, con specifico riferimento alle società per azioni, occorre valutare in concreto se la stessa, per le sue modeste dimensioni o per l’assetto dei rapporti sociali (compagine familiare o, comunque, ristretta), sia idonea a giustificare l’applicazione della menzionata disposizione” (Cassazione civile, sez. I, 07/07/2015, n. 14056).

 

Tutte le sentenze, comunque, riferiscono o in ogni caso sottintendono che i requisiti di adeguata capitalizzazione, squilibrio finanziario, ragionevolezza di un conferimento, debbano sussistere, come è ovvio, in conformità alla ratio ed anche alla lettera della norma, che parla di rimborso, anche al momento della restituzione del finanziamento.

 

Ed ancora, ad abundantiam: l’art. 2467 c.c. deve essere letto nella sua interezza: il primo comma esprime il principio di ordine generale (tutti i finanziamenti dei soci sono postergati), il secondo comma qualifica come finanziamenti, ai fini della postergazione (ai fini del precedente comma) anche tutte quelle operazioni che tali non sono qualificate.

 

Il Tribunale non ha tenuto conto, inoltre, della circostanza che tutte le società fossero amministrate dallo stesso amministratore e che pertanto la dichiarazione di postergarzione assuma valore confessorio della situazione e della conoscenza dello stato della società, come ammissione implicita della postergazione per le parti correlate.

 

Tenendo conto che nessuno dei predetti creditori – altre società socie e/o parti correlate tutte amministrate dallo stesso imprenditore che amministrava la società ricorrente – ha richiesto di essere inserito diversamente nel passivo concordatario: nessuna precisazione di credito è pervenuta.

 

Ulteriore rilievo, da ultimo, è il seguente.

 

I finanziamenti oggetto della sentenza, pur se hanno avuto inizio nel 2004, sono stati sempre rinnovati di anno in anno, da ultimo nel 2014 quando era evidente lo stato di crisi della società.

 

Questo dimostra:

 

  • l’evidente conoscenza dello stato di crisi (almeno dal 2012 in poi e, certamente, nel 2014);
  • la sotto-capitalizzazione “cronica” della OS e pertanto la circostanza che i detti finanziamenti rappresentassero, di fatto, dei conferimenti che avrebbero dovuto avere altra natura;
  • l’inconsistenza del rilievo sulla inapplicabilità dell’art. 2476 c.c. al caso concreto.

 

Insomma è di tutta evidenza che la società ricorrente fosse in crisi e quindi il rinnovo contrattuale anno per anno di tali finanziamenti ha permesso certamente che a tali rapporti venisse applicata la norma sulla postergazione e di conseguenza i relativi crediti andavano postergati.

 

Conclusioni.

 

Si può concludere affermando che il credito delle “parti correlate” debba essere trattato con estrema prudenza nelle procedure concorsuali. 

 

Si ritiene che il credito delle “parti correlate” vada sempre inserito in una apposita classe e trattato con regole diversificate rispetto al ceto creditorio chirografario.

 

Con un trattamento individuato a seguito della approfondita analisi delle diverse posizioni ed in particolare:

 

  • laddove si tratti di finanziamenti, il credito deve essere integralmente stralciato in ragione della regola generale della postergazione equiparando integralmente il socio alla “parte correlata”, in ragione di un principio generale di prudenza e del dettame dell’art. 2497 quinquies c.c., 
  • laddove si tratti di crediti derivanti dalla normale attività d’impresa, essi devono essere comunque trattati in misura peggiorativa rispetto ai creditori chirografari,  sempreché siano rilevanti e non siano stati negoziati a normali condizioni di mercato.

 

Infine, per estrema prudenza, bisognerà sempre fornire adeguata prova delle ragioni del trattamento prescelto al fine di evitare la censura del Tribunale e/o del Commissario Giudiziale e così evitando di incorrere nella previsione dell’art. 173 L.F.

 

di Paolo Borrelli – Avvocato